Rassegna stampa

L'Arena

DIFFICOLTÀ. L'altro ieri si è tolto la vita un editore padovano. Parlano i rappresentanti Verona e i suicidi per la crisi: sono imprenditori lasciati soli Mignolli: «La politica ci ascolti» Serpelloni: «Il credito è un nodo»

sabato 15 febbraio 2014

La solitudine dell'imprenditore, costretto a fare i conti con gli effetti di una crisi lunghissima, con una pressione fiscale sempre più pesante e una burocrazia che non arretra, continua a logorare chi tiene le redini del tessuto produttivo veneto.
Lo testimonia l'ennesimo suicidio, l'altro ieri, di Giorgio Zanardi, 74 anni, padovano, a capo di una importante azienda del settore editoriale, oberata da debiti a causa della crisi. La società in pochi anni era passata da 300 a 110 dipendenti (la stragrande maggioranza dei quali oggi in cassa integrazione) e proprio pochi giorni fa, il 9 gennaio, aveva presentato richiesta di concordato.
Lo confermano le 1.137 chiamate al numero verde antisuicidi della Regione "InOltre", ricevute in 19 mesi di attività. Lo avvalorano le testimonianze di chi è alla guida di organizzazioni imprenditoriali scaligere e tiene le redini di aziende di dimensioni differenti.
«In Veneto gli imprendito! ri sentono di aver stipulato un rapporto etico con il territorio per portare benessere», riflette Arturo Alberti, presidente di Api industria, «quindi avvertono una forte responsabilità nei confronti di dipendenti, istituzioni, realtà sociale. Mancano le risposte della politica; il Governo è inefficiente ed inefficace. Buona volontà ed impegno quotidiano di chi fa impresa non bastano più. Ci si sente impotenti».
«NON SIAMO COMPRESI». Si chiede alla politica e si ha l'impressione costante di non essere compresi. «Un dialogo tra sordi», sintetizza Angiolina Mignolli, alla guida di Cna. «Per quanto si diano indicazioni ai parlamentari locali o, attraverso i nostri organismi nazionali, direttamente al Governo, rimaniamo senza ascolto. Intanto i problemi, soprattutto per la piccola impresa, si moltiplicano: tutti i giorni, non solo al numero verde della Regione, ma anche alle nostre organizzazioni di categoria telefonano colleghi in difficoltà nel mandare ava! nti l'attività, che chiedono aiuto».
Chi chiama prova a! lmeno a reagire, a spezzare l'isolamento. «Ma è la minoranza, solo la punta dell'iceberg», prosegue Alberti, «molti si tengono dentro il disagio del fallimento professionale».
«La congiuntura economica, i problemi di accesso al credito e di ritardo nei pagamenti, soprattutto da parte del pubblico, aggravano la situazione delle aziende. Il quadro è noto, la soluzione non è ancora stata individuata, le responsabilità della politica innegabili», dice Mario Serpelloni, presidente di Aiv, l'associazione degli imprenditori villafranchesi.
IDENTIFICAZIONE CON L'AZIENDA. «Purtroppo però», aggiunge Serpelloni, «troppi colleghi vivono il fallimento professionale, la cessazione dell'attività, il portare i libri in tribunale come un insuccesso personale. Questa identificazione totale di se stessi con i risultati aziendali non migliora la situazione. Forse gli imprenditori più giovani avranno una visione più articolata di sé».
L'età invece non c'entr! a, secondo Denis Faccioli, 39 anni, consigliere delegato di zona per Lago e Villafranchese di Confindustria. «Il disagio non ha anagrafe, è trasversale. Chi deve chiudere l'impresa si sente solo perché in Italia c'è ancora un clima di ostilità ed invidia nei confronti di chi si mette in proprio e ce la fa».
Una mentalità che, aggiunta al contesto di crisi, non incentiva i giovani ad aprire nuove attività. «I trentenni hanno meno propensione al rischio» conclude Faccioli. «Ma chi vuole provare ha poche chance da giocare in casa. In un contesto di mercato interno bloccato, in cui le uniche imprese che macinano utili sono quelle orientate all'export, le star up dei giovani italiani vanno sempre più spesso a nascere altrove». V. Zanetti